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I confini di Torino / 20

Strada Cartman sale come una serpe che si intreccia a quell’altra serpe del rivo che languido scende con la sua poca portata d’acqua. Sghemba e curva, devia e ritorna, la strada sale abbandonando Torino e il proprio nome per Pino. Collina sì, ma infossata in valle, sali e sali e pensi a quelle gite fuori porta che a Torino non si chiamano così perché non c’è la porta, essendo stata tutta la cinta muraria intelligentemente demolita per far posto a qualcosa (altri tempi: ora chissà come riusciremmo a tacere le potenzialità turistiche delle mura di Torino, se ancora ci fossero). Gite e gitarelle d’atmosfera parigina, con quelle soste ristoratrici sotto la pergola, col piccolo suonicello dell’acqua lì vicino. Un bicchiere di vino. Gite e passeggiate piemontarde con croste di pane sfregate d’aglio, con olio, un po’ di sale. E un bicchiere di vino.

Non è del tutto un quadro perduto, qualche promessa in queste direzioni la strada del Cartman riesce ancora a farle. Ogniqualvolta passiamo di qui ci ripromettiamo di venirci apposta quanto prima, per fare una sosta, intenzionalmente: ora però dobbiamo andare, ma uno dei prossimi giorni… Quando ci sono quei lillà che insieme al verde fanno un contrasto pertinente, precisamente il tipo di accostamento che avremmo preferito per quella gita fuori porta, l’occhio inquadra le rive e le svolte senza cercare in alto lo sbocco del cielo. È proprio il pane e salame che ci viene in mente. Solo in un secondo momento le acciughe al verde. E un bicchiere di vino.

Foto © Dario Voltolini

Forse è solo una suggestione, ma passando si percepisce una vena di umidità che accalda, non dico soffoca – quello magari più in là, d’estate. Sulla curva si affacciano i tronchi abbattuti di un’intera riva, con i ceppi ancora freschi di taglio che luneggiano chiari. Lo spelamento sembra di animale, quelle chiazze senza pelo sui dorsi, prima della guarigione, della pelle che si rifà. Lo scorrere dell’acqua sembra mesto, la strada salendo cambia e poi si perde tra una proprietà, un parcheggio, una simbiosi con il terreno. E quelle ferie fuori porta non arrivano però mai, è inutile progettarle. Può capitare che si faccia tappa, questo sì. Acquosa, polverizzata. La macchia vegetale vive disordinata, aggrovigliata; la strada che davvero passa oltre scorre di sopra di fianco: dubitiamo di aver pensato al salame e alle acciughe. Non dubitiamo di aver pensato al vino.

Quando si sfrega l’aglio sulla crosta del pane, come grattugiandolo, la polpa si disfa e si spalma sul pane, che la assorbe. Resta un velo appiccicoso che tiene bene il sale. Ma l’aglio è un essere vivente, e quel velo sembra trattenere con un gesto di persona anziché con la collosità di un materiale. Anche il primo morso regala una sensazione particolare: come se una scossa elettrica passasse nel’arco del palato. E, poco dopo, da qui al naso, passando dall’interno del cranio.

(“I confini di Torino” sono stati scritti per il supplemento settimanale Torinosette della Stampa, uno alla settimana. Poi i testi sono stati raccolti in volume dall’editore Quiritta [Roma, 2003], con l’aggiunta di un commento in corsivo a ciascun pezzo. Ora sono corredati con fotografie dei luoghi in questione scattate dopo vent’anni dall’autore dei testi).

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