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I confini di Torino / 13

Un lembo di San Mauro prima di arrivare a Settimo da Torino: da sempre quel cubo dai riflessi bronzei e ramati dei vetri come ossidati, affumicati contro il sole, attira l’attenzione come se fosse lui l’autoporto Pescarito, e andando a guardarlo da vicino la sorpresa del ristorante bar maschera un po’ la delusione.

Vedi sulla destra la strada che imbocca il camion: se si fa caso alla segnaletica si contano 53 segnali che indicano altrettante imprese ditte società industriali commerciali. Zona di basse costruzioni dai vetri che danno luce a uffici al primo piano, a ingressi con qualche gradino, zona di lavoro e scambio di merci e produzione di merci, bisogna venirci in bici il sabato pomeriggio o la domenica, pedalare tranquillamente, considerare come gente come noi qui lavora e ticchetta su tastiere, spedizioni, bolle, fatture, magazzini, e telefona: appuntamenti, accordi, ditte che richiameremo.

Come abbandonata alla propria deriva una lastra di territorio sprona al cielo le sue aste con bandiere sventolanti, come se lentamente scivolasse via, una lastra fatta di concessionarie d’auto. Bandiere che ricordano il mare d’inverno, magari l’Adriatico. Un triangolo fatto di quattro triangoli regge la scritta Panorama, come se una fantasia gulliveriana avesse inteso segnalare per iscritto quello che un paesaggio normalmente offre alla vista, nascondendo poi il paesaggio stesso nelle prospettive sfuggenti della pianura accidentata e semilavorata, un po’ cementificata e in parte anche asfaltata.

Foto © Dario Voltolini

Milano Aosta Tangenziale Aeroporto. Il chiosco ambulante del fioraio è aperto e mostra i variopinti vegetali anche verso la strada. Colori gialli, variazioni rosse e petali chiari nel cosiddetto “verde”, quello che si aggiunge ai mazzi. Il chiosco se ne sta fermo, ancorato nel parcheggio deserto di fronte al cimitero (quando si passa in macchina non si vede che c’è: non si nota). Il parcheggio prevede posti auto a pettine e ho contato 12 alberi lungo la linea centrale, data la stagione completamente spogli.

Non lontano le piste di collaudo dei mezzi pesanti se ne stanno recintate e invisibili, tranne una specie di collinona su cui le piste si inerpicano, forse per collaudare i mezzi in salita e in discesa. È tozza, compatta, ripida ma ottusa. Sorge come il monolito scampato all’alluvione e, quando il sole tramonta e si torna in città, il suo aspetto induce sgomento.

“Autoporto Pescarito” ha pure una sua metrica che attira, se non l’attenzione, almeno l’orecchio: tàra tàra tàra tàra. Sono luoghi che vanno ripercorsi in bici. Allora si vede come siano stati pensati davvero come derivazioni del trasporto su gomma. Resistono fra le costruzioni appezzamenti di terreno. Quando la stagione la secca, la flavescente sterpaglia non pare nemmeno più essere un vegetale. Come plastificata resiste al vento. Nelle curvature dei suoi filamenti si specchia il sole. Al contrario, sul finire dell’autunno, certi rami spessi e acquosi, del colore del vino, si aggrovigliano come serpi. Bacche e foglie larghe in procinto di marcire, non marciscono mai.

(“I confini di Torino” sono stati scritti per il supplemento settimanale Torinosette della Stampa, uno alla settimana. Poi i testi sono stati raccolti in volume dall’editore Quiritta [Roma, 2003], con l’aggiunta di un commento in corsivo a ciascun pezzo. Ora sono corredati con fotografie dei luoghi in questione scattate dopo vent’anni dall’autore dei testi).

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