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Isola che non c’è (quasi più)

Che una città d’acqua come Milano annoveri un quartiere storico chiamato Isola, induce a pensare a un’origine di suggestione filologica. Ma il nome ha un’altra storia anche se, quando nel 1873 fu annessa alla metropoli, il Naviglio della Martesana scorreva ancora, in via Melchiorre Gioia. Isola perché fino agli anni Sessanta era collegata a Porta Garibaldi soltanto da un ponticello. Quartiere operaio, piccola capitale della ligera, di tangheri di ritorno dal Sudamerica, e ringhera. La chiamavano la Casbà de Milan. 

Il boom. L‘Isola pian piano abbandona la sua natura protetta di “rione“ per trasformarsi in “zona” nel cuore della città. Come Lambrate, Gorla, Affori, Baggio. Il nuovo millennio, dopo la Milano da bere, ha completato il lavoro, ma le lucciole del progresso e della modernità non sempre brillano, il trionfo dei nuovi simboli sparge intorno un’aria di contraffazione, di chirurgia plastica. Qualche tempo fa, il concerto dei miei amici Folco Orselli e Pepe Ragonese al Blue Note, in via Borsieri. Bravi, entrambi molto in forma, musicale e non. Verso la macchina con Lorenzo De Simone, osservando riflettendo e zoppicando: il marasma di un’umanità sbolinata, ipnotizzata dal dio smartphone, adagiata sugli scranni fusion (un po’ oriente un po’ caribe un po’ boh, una fiera di paccottiglie furbette, patetiche) di “localini” molto “carini” dove l’apericena costa come una rata della macchina. Musica ogni cinque metri, rumenta di qualche playlist digitale, sottofondi che inquinano molto più del diesel. Quasi impossibile scambiare due parole, ogni dieci secondi un ambulante ti interrompe. 

Foto © Lorenzo De Simone

In Piazzale Lagosta il Mercato Comunale (sic!) è una succursale di Eataly. Per un toast e una birretta, nel caso, tocca rivolgersi al miraggio. Lo skyline di Porta Garibaldi, Bosco Verticale, annessi e connessi, è una sassata sul cristallo. Nostalgia delle Varesine, del calcinculo, della scalinata di ferro battuto sul terrapieno. Una puzza notevole, olfattivamente parlando, e meno male che el sindich de Precott e relativa assessora hanno deciso divieti d’ingresso e sanzioni democratiche, altrimenti chissà che schifo. Sono tornato a casa un po’ demolito nel morale, ma contento di abitare un po’ fuori dalle balle. Meno male che il concerto è stato bello e fa sempre piacere stare con i buoni amici. 

La sensazione è che la mia città si stia avvicinando a certi sobborghi di Jakarta o di Bangkok, visitate molti anni fa per lavoro ma di cui conservo una memoria abbastanza precisa. O di Doha, ridente località che fonda la sua economia sulla pesca ittica e delle perle, se capiss. Una volta dalla Martesana si cavavano fuori alborelle, carpe, cavedani. Possiamo immaginarla come uno specchio, una fonte. In certi casi non resta che agguantarsi alle parole di uno dei miei fari, Ernst Jünger: «Sull’ineluttabilità dello sviluppo non si possono nutrire dubbi. Ci allontaniamo a grande velocità su un saldo binario. Chi scende è destinato a rovina più certa dei suoi compagni di viaggio. Ben più importante è che egli, nel suo intimo, nel suo essere e nel suo apprezzamento, non consenta il completo trionfo del cliché, ma si mantenga aperto al simbolo, disponibile al grande incontro. Così egli resta nella selva. Qui un attimo può compensare una vita intera trascorsa nel tempo meccanico. Qui può rifiorire l’arida vecchiaia, alla fine del viaggio, nel deserto, il bastone del pellegrino può rinverdire o far zampillare le fonti».

Foto © Lorenzo De Simone

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