Rivista di luoghi, storie e altro
Alta Engadina, foto di Tino Mantarro

Il barbiere dell’Alta Engadina

Il ricordo è come un tessuto in continua lavorazione. Ricordo queste montagne coperte di neve, di un bianco immoto, avvolte nel silenzio, come se i rumori fossero ghiacciati, costretti a rimanere al caldo nelle bocche delle persone, nel muso degli animali, nel profondo delle cose, quasi non volessero uscire per non prendere freddo. Ricordo di aver aspettato che la strada fosse sgombra dalla neve caduta dal versante nord, con i lampeggianti arancioni degli spazzaneve ad illuminare ritmicamente quel pomeriggio che diventava notte, con la gente fuori dalle macchine a battere i piedi, a soffiare nelle mani avvolte nei guardi, a fumare per non sapere cosa fare, per non essere capaci di comunicare. Ora le rivedo che è estate: le stesse montagne, le stesse vette pulite, le stesse rocce, le stesse cicatrici sul versante al sole che si possono leggere come profondi segni di un passato doloroso. Guardo la montagna di cui ignoro il nome dall’altro versante, in ombra, nascosto tra larici e abeti che si muovono leggeri per la brezza. Costruisco un altro ricordo di questo luogo, di questa alta Engadina sempre così perfetta – estate, inverno, autunno – che vorrei qualcosa intervenisse per alterare la scena. Dopo il temporale fragoroso della notte la mattina è tersa, così tersa come non avrei mai pensato potesse essere una mattina. Il lago di Sils silenzioso, il vento un alito, le auto a riposo, le barche ancorate, i pescatori in branda, i ciclisti stanchi, i camminatori a temporeggiare al bar. C’è solo un signore sul sentiero tra gli alberi che domina la piana coltivata a canapa. È accompagnato da un cane rosso che fiuta l’aria. Saluta, «Gruetzi!» e lascia dietro di sé un profumo di acqua di colonia antica, di Floid. Come se tutta la valle fosse ancora chiusa, ma lui avesse trovato il barbiere incredibilmente già aperto. O forse era lui, il barbiere.

Foto © Tino Mantarro
Condividi