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I music bar di Tokyo

Ero a Tokyo da un paio di settimane e quel giorno ero andato al centro commerciale Yodabashi di Akihabara per comprare un cellulare e una scheda SIM. A febbraio le giornate sono piuttosto piacevoli e anche se il buio arriva presto non fa troppo freddo, il cielo è sempre terso e il sole invita a rimanere fuori. Diversi quartieri di Tokyo sono noti per essere specializzati in un determinato settore, come fossero dei distretti industriali in miniatura o delle fiere sparpagliate per le strade. Ad Ochanomizu per esempio ci sono tanti negozi di strumenti musicali, a Jimbōchō si vendono i libri, soprattutto antichi, a Kappabashi tutto il necessario se volete aprire un ristorante (stoviglie, coltelli, insegne, perfino le riproduzioni in plastica dei piatti sul menù, da esporre all’ingresso). Sotto questo punto di vista Akihabara è il quartiere più famoso, noto a tutti i turisti per le sue due specialità: l’elettronica e la cultura otaku. Sebbene un visitatore possa pertanto aspettarsi scenografie futuristiche ed esplosioni di colori e suoni, le strade sono piuttosto grigie e anonime, soprattutto se confrontate con la nuova Shibuya fresca di grattacieli veramente degni di Blade Runner. Akihabara invece si concede davvero soltanto agli esperti, che non si fanno distrarre dai megastore come Yodabashi o dalle maid-sirene per turisti che lavorano al Maidreamin, ma che vanno dritti alla ricerca del loro Graal, sia esso un particolare transistor prodotto nel 1982 dalla Toshiba o la statuina ancora inscatolata di un personaggio di Re:Zero, possibilmente in una posa loli.

Foto © Karolina Lubryczynska (Flickr)

Non avendo io la più pallida idea di cosa sia un transistor né avendo un particolare interesse per il mondo otaku, quel giorno decisi di ignorare Akihabara (o forse Akihabara scelse di ignorare me) e cominciai a camminare in direzione nord, verso il parco di Ueno. Ero ancora stordito dal delirante dialogo avvenuto in una lingua che dell’inglese manteneva soltanto le parole thank you con il signore che mi aveva venduto SIM e cellulare, o sarà stata l’aria di Tokyo che d’inverno è piuttosto secca, e così a metà strada avvertii un gran bisogno di birra. Un quarto d’ora dopo ero nel deserto urbano. Le insegne dei negozi tecnologici erano sparite alle mie spalle, e non vedevo nessun indizio che indicasse l’avvicinarsi di Ueno. Camminavo lungo uno stradone a più corsie e vedevo solo tristi palazzoni di uffici. Poi, sporadicamente, cominciarono a comparire degli izakaya, ma erano ancora chiusi. Poi un caffè, ma non era quello che cercavo. Poi un bar-ristorante spagnolo: da fuori riuscivo a scorgere la spillatrice, ma era davvero così disperato da volere birra e tapas dopo poche settimane in Giappone?  Fu grazie a questa demenziale caparbietàche mi imbattei in un cartello appoggiato sul marciapiede. Era scritto a mano e diceva una cosa semplice semplice: music bar.

Il cartello si trovava all’ingresso di un palazzo stretto stretto, alto tre o quattro piani, ma del presunto bar neanche l’ombra. C’era solo un corridoio piuttosto corto e anonimo che terminavain una rampa di scale. Più che l’entrata principale sembrava quella sul retro, ma alcune cassette per le lettere dicevano che la direzione era quella giusta: una di queste riportava infatti le due parole magiche, “music bar”. Per quanto perplesso, imboccai la rampa che si alzava ripida e contorta: destra, sinistra, sinistra e infine di nuovo a destra, fino ad una porta di metallo. Accanto, un mucchio di volantini di concerti e negozi. Quasi sperando che fosse chiusa, girai il pomello e spinsi. Al dì là trovai una stanza poco illuminata, un bancone con cinque o sei sgabelli, altri tre minuscoli tavolini, una parete con migliaia di vinili, il barman e una cliente. In sottofondo Some Girls dei Rolling Stones. Eccolo, il mio Graal.

Foto © Stefano Marinoni

Se all’inizio ho parlato di Akihabara e dei distretti, degli otaku e dei fanatici di elettronica, è perché Tokyo ha una grande qualità: dà a ciascuno l’opportunità di coltivare al meglio le proprie passioni. Dagli appassionati di modellistica ai gourmet, dagli sportivi più incalliti a chi si cimenta in piccoli lavori di artigianato: c’è di tutto, in quantità e di qualità. Non sorprende pertanto che la musica sia oggetto di un culto diffuso e celebrato con tutti i crismi. Il mercato del vinile, che in Occidente è rifiorito di recente per quanto in misura minore ai fasti di un tempo, in Giappone non è mai sparito. Al massimo si è riposizionato, ma ci sono ancora tantissimi posti, dalle grandi catene ai piccoli negozi, che vendono dischi nuovi e usati (piccola nota di servizio: se in Italia leggendo “condizioni buone” potete star certi che il vinile è stato usato per affettarci il salame e battere le cotolette, in Giappone significa che sfortunatamente è stato ascoltato una volta con una puntina non al top di gamma e pertanto un orecchio assoluto potrebbe avere sensibili microdisturbi all’ascolto). Siccome spesso il piacere di una passione sta anche nel condividerla col mondo, diversi collezionisti aprono bar dove far ascoltare la propria collezione agli avventori. Di questi locali se ne possono trovare in tutti i quartieri per quanto alcune aree, come Koenji e Shimokitazawa, sono il vero fulcro della musica in città, sia riprodotta che dal vivo.

Molti di questi bar sono minuscoli, venti clienti a dir tanto e un solo barman, che spesso è anche il proprietario. I drink serviti sono elementari, perché va ripetuto: l’interesse del gestore non è aprire un cocktail bar ma condividere la musica che ama. I clienti entrano e riposano le orecchie dalle brutture cacofoniche urlate per strada dai maxischermi pubblicitari, e magari fanno due chiacchiere con qualche altro avventore. Un esempio perfetto in questo senso è il Grandfather’s, nascosto in un sottoscala di Shibuya. Il signor Ishikawa è sempre lì, dietro la console, a mettere su un singolo dopo l’altro, senza alcun vezzo da DJ, semplicemente con una calma decisa (la scelta di cambiare disco ogni tre minuti chiede assoluta dedizione e concentrazione e infatti per i drink si fa dare una mano da un ragazzo). La musica del Grandfather’s è solitamente ferma agli anni ’70-’80 e gli artisti sono principalmente americani, una scelta abbastanza tipica data l’età media dei proprietari dei music bar. Questo però non vuol dire che i locali debbano sembrare vecchi e impostati. 

Foto © Stefano Marinoni

Il Trouble Peach di Shimokitazawa, aperto nel 1981, è scalcagnato e decadente e proprio per questo affascinante. I poster polverosi e semistracciati appesi alle pareti, la ciotolina di popcorn inclusa nel servizio, i biglietti da visita che sono in realtà una scatola di fiammiferi con disegnato il logo (un’enorme pesca simile adue natiche con davanti un giaguaro che citando T.S. Eliot esclama “Eat a peach”): oggetti che sono tra il randomico e l’appositamente scelto, risultato della dedizione del proprietario e non di un allestimento freddamente studiato e pertanto non sincero. Perfino il dito di polvere sopra i divanetti e incollato alle casse diventa affascinante, ammesso che siate in grado di vederlo nella penombra.

I proprietari, o le proprietarie, sanno indubbiamente il fatto loro e la massima dedizione si accompagna a volte a regole severe. Per esempio, non si sgarra con la proprietaria del Singapore Night di Nakameguro. Il bar è ovviamente nascosto, tanto che ho camminato per anni davanti a quel piccolo edificio bianco senza avere la minima idea di cosa celasse. Avevo notato però sul muro una grossa luce rossa, a volte accesa a volte spenta, incollata al muro come certi fanali che avvisano dell’apertura di un cancello. Una sera, incuriosito da quella luce, ho controllato su Google Maps e voilà, ecco segnalato un music bar. Di nuovo una rampa di scale interna e una porta, stavolta ermeticamente chiusa. “Per entrare” diceva un foglietto “telefonare al numero …”. Ok, bizzarro ma interessante. Telefono, risponde una signora di una certa età, le dico che sono davanti alla porta e lei apre. Armata di termometro, mi misura la febbre – tutto a posto, posso entrare – e mi indica un tavolo. Il locale è abbastanza vuoto, le chiedo se posso stare al bancone per osservare meglio la collezione di dischi, ma lei è categorica nel rifiuto (erano mesi di piena pandemia, e la signora giustamente manteneva le distanze sociali al millimetro). In tempi migliori il Singapore Night ècertamente più affollato e diventa uno spettacolo: la solita penombra esalta le pareti ricoperte di scritte e disegni (anche bellissimi) lasciati dai clienti ma soprattutto i grandi rami appesi come enormi ikebana, mentre le luci ruotanti creano giochi di ombre e colori di corallo. Nel cubicolo del bar un ragazzo si destreggia tra cocktail di qualità e dischi di un certo calibro, dal soul di Marvin Gaye al City Pop di Taeko Ohnuki.

Foto © Stefano Marinoni

Certo non tutti i bar sono bui e tranquilli. Alcuni sono molto più al passo coi tempi, e la convivialità domina su una musica comunque rispettabilissima. Il Berkana Music Bar ad Ebisu è un ottimo esempio. Come sempre la stanza è strettissima e quasi interamente occupata da un lungo bancone, ma questa volta a dominare sono le bottiglie e le spine della birra, che accontentano tutti i gusti. Ulteriore elemento notevole è che la parete dove sono riposti liquori è trasparente e dà sulla Yamanote line, la linea metropolitana più trafficata di Tokyo. Uno scaffale all’angolo mostra una notevolissima collezione di vinili, ed è lì che il DJ comincia a snocciolare ottima musica contemporanea. L’ambiente si presta al divertimento, ed è un attimo che a un drink ne segua un secondo, un terzo, un quarto… Oppure si può fare come quei tre amici seduti accanto al piccolo pianoforte a coda, due ragazzi e una ragazza che sembrano usciti da una pubblicità di Balenciaga o YSL: chiacchierano davanti ad una bottiglia di grappa che scende inesorabilmente di minuto in minuto.

Ogni music bar ha poi dei clienti abituali, e arriva il momento in cui ognuno capisce che ha trovato il proprio bar di appartenenza. Con un bellissimo colpo di fortuna, il mio bar è quello a nord di Akihabara. La cliente e il barman che incontrai quel giorno sono diventati due dei miei più cari amici. Devo probabilmente a loro la metà di quello che ho fatto, visto e conosciuto a Tokyo. Andare al bar voleva dire farsi 40-50 minuti di metro, e non c’è mai stata una volta in cui non l’abbia fatto con gioia. Diventare un cliente piuttosto abituale è stato il mio modo di coltivare amicizie in un Paese che è noto per la gentilezza ma non per la facilità ad aprirsi agli altri. È iniziato tutto così, insomma. Avevo un cellulare nuovo e una strana voglia di birra. Per caso ho aperto una porta nascosta e dall’altra parte c’erano Mamiko e Takao, che come prima cosa mi hanno insegnato a contare da uno a dieci in giapponese, mentre in sottofondo andava Some Girls. Che gran culo ho avuto, quel giorno di febbraio.

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