In treno
31 ottobre 2024
Fermo alla stazione di Viareggio. Un edificio che è tutta un’intersezione di cubi e parallelepipedi, d’un arancio sbiadito che versa in rosa, con la vernice scrostata e tutto crivellato di finestre, è tutto ciò in cui consiste la vista del mio finestrino. Sotto, lo scalino epigrafato Vietato attraversare i binari e, ancor più in basso, una striscia di erba dalla quale suscitano alcuni sparuti denti di leone, certi sbocciati, taluni in bocciòlo, molti altri già secchi. Poi: binario, ghiaia, separé, altro binario, altra ghiaia e, senza soluzione di continuità, il mio finestrino.
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Ore 10:55 circa
Una signora anziana e occhialuta viene a chiedermi il biglietto. Mostro il QR, lo scansiona e ha un sussulto. Guarda me, guarda il biglietto, poi di nuovo me.
Io: « C’è qualche problema? »
La signora: « No no, ma… Lei è nato nel ****? »
Io: « Eh lo so, non li porto bene. »
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Passata una miniera di Carrara.
Blocchi impilati uno sull’altro, gravissimo minerale bianco o rosato, quasi predisposto a suscitare le speculazioni più ardite degli archeologi futuri.
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Estetica del disimpegno. La fatica, le lacrime, il sangue e il sudore che conducono al risultato sono ispiranti, si prestano bene alla costruzione di miti a misura d’impiegato.
Ma la bellezza, quella vera, che invidiamo e che ci corrode e ci esalta a un tempo, è quella di colui a cui le cose riescono per sbaglio.
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Ore 11:10, circa
Appena oltrepassato un fiume di cui ignoro il nome.
Quasi secco, una serie di rigagnoli convergevano in movimentati specchi o piscine ricavate nella ghiaia, che di lì divergevano nuovamente e nuovamente riunivansi più in là. Che peccato non esser potuti scendere dal treno a cercar larve di libellula sotto i sassi!
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Il campanile di La Spezia svetta sulle case colorate ammassate come in un dipinto cubista, come alle Cinque Terre o all’Argentario.
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L’atrore della galleria sovrapassante il Mar Ligure è interrotto da spicchi di costa e promontori, acqua e rocce, ville e alghe; lampi troppo svelti per scorgervi qualcosa di più del bruno manto e lucido di cui son coverti gli scogli, e degli arbusti puntellanti gli aspri strapiombi.
Talvolta, uno sprazzo più ampio si apre, e dal finestrino entra il sole il cui giallo, proiettato sul taccuino in cui scrivo, contrasta col blu dell’acqua, l’argento della ghiaia e il bruciato delle rocce, il verde pastello dei cespugli e il marrone rossiccio delle posidonie arenate.
Ora tutto è aperto e, per un battito, riesco a scorgere un tronco ancor vergine di cirripedi, poi un’insenatura, dopo il buio, poi una grotta, poi ancora il buio.
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La stazione delle Cinque Terre contrasta per volgarità – volgarità d’ogni stazione, volgarità dei turisti – con l’aristocratica ingenuità della natura circostante, la ricercata bellezza di ciò che è posto a caso. E pensare che scrivo ciò col culo su un treno.
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Ore 12:31
Scorto un piccolo e soleggiato cimitero, candida scacchiera di putti e puttini, angeli e arcangeli.
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Ore 14:53
Sconsiderata idea d’attaccar chiacchiera con una coppia di mezz’età, impossibilità di proseguire con costanza questa Cronichetta. Ciarlato di tutto e di nulla, perse le stazioni di Genova e Alessandria, ma guadagnato in compenso un pezzo di cioccolato alle nocciole.
In città
Torino Porta Nuova mi accoglie con un sole tenue, come filtrato da una tendina giapponese.
Prendo un caffè con P. che, pigliatomi per un braccio, mi scarrozza verso il centro.
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La fontana di Piazza Solferino ha le statue venate d’ossido e l’acqua spenta: non credo di averla mai vista accesa. Lo sfondo dell’insegna del Teatro Alfieri cattura presto il mio sguardo che, dai bui e ramati bronzi, s’impiglia ne’ disegni della livida vernice.
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Nella Chiesa dei Martiri fisso un quadro con dei gesuiti per soggetto, poi la testa di un putto senza corpo, incorniciata dalle ali. In quella chiesa v’è tanto oro quanto nero, e il colore de’ padiglioni screziati dalle candele si fa tanto più vivo quanto più s’immerge nello scuro impenetrabile.
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L’arte barocca è quella che preferisco: è la più maliziosa, la più ambigua. In una raffigurazione dell’Annunciazione, Gabriele pare più volenteroso di portarsi a letto Maria che di portarle un messaggio.
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Ore 18:30, circa
In una libreria antiquaria ho sfogliato un’aldina non ancora prezzata, una versione latina dei Misteri di Giamblico. P. mi chiede chi fosse Aldo Manuzio, glielo spiego in due parole, e subito la pronta ed elegante ragazza del negozio, abile mercante, attacca bottone: qual contrasto di lei e dell’attempato proprietario, nell’impeccabile loro portamento, col giacchetto mio vecchio e la camicia sfatta!
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2 novembre, ore 10:00 circa
Al Museo Zoologico, due grossi albatros impagliati fissano lo sventurato visitatore senza vederlo.
Si prosegue tra bestie enormi, e quanto più erbivore tanto più minacciose, infiocchettate da bestiole minute – e quanto più piccole tanto più colorate – a mo’ di frontespizio, e ci s’arresta di fronte all’armadio della collezione osteologica, ove un pipistrello ci placa cólle sue spoglie ali, e gli albi resti d’una rana pescatrice ci salutano contorcendosi in una danza immobile.
P. : « Certo che la natura… Bella e tutto, sì… Ma fa anche impressione ».
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Una coppia di francesi con bambino staziona di fronte a una teca di lepidotteri. Il pargolo, dalle braccia del padre, s’allunga per agguantar una falena, e subito questi sgrana gli occhi e, con un sussurro che voleva essere un grido: «Touchez pas, touchez pas!»
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Ore 11:30 circa
La bassa acqua della fontana del parco che fiancheggia il museo brilla come vetro, con scintille che paiono minuscoli rombi, sì netti da poterli quasi scambiar per finti.
Di nuovo in treno
Ore 15:50
Caldo soffocante in carrozza a novembre. Insoddisfatto del posto prenotato, occupo quello subito precedente per scrivere in pace sul tavolino di metallo, ed ecco che due vecchietti mi colonizzano legittimamente i sedili prospicienti.
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Ore 17:24
Passata un’oretta in dormiveglia con la musica nelle orecchie. Svegliato dal formicolìo d’una mano addormentata, ho preso il buio della galleria per quello della notte.
A Genova, la stazione affonda nel limbo del tardo crepuscolo.
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In una delle immagini del dormiveglia mi son visto in terza persona, sfasciato sul mio posto, mentre guardavo afflitto e impotente una donna in vesti colorate che quasi usciva dalla cornice di fumetto entro cui fissavola, e allungava sorridente il dorso della mano sopra la mia testa agonizzante.
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Ore 17:40
Ultime miopi luci sul Mar Ligure, il cielo che si confonde cóll’acqua che si confonde cólla terra, poi più nulla.
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Ore 19:07
Noia e nausea, voglia di scendere e prendere un treno a casaccio, o girare a piedi per la città.
Due o tre sedili più avanti, qualcuno la cui immagine mi sfugge emette versi simili a uno stantuffo, tra l’asmatico e il meccanico.
La stazione di La Spezia di sera è generica e deprimente come la ricordavo, indistinguibile da quelle di Pisa o Grosseto.
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Ore 20:04
Ultimi minuti di viaggio: raccolgo libri, carte e penne, e mi preparo alla discesa.
Mi alzo per infilarmi il giacchetto, e un signore barbato e canuto mi lancia un’occhiata curiosa.
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Ore 20:30 circa
Al centro della piazza della stazione di Pisa sta una fontana biancastra. Una signora con due bambini guardava ora l’acqua ora l’orizzonte, quando il più piccolo, eccitato dalla novità del camminare, sgambetta intorno alla vasca e verso la strada.
La signora, dopo averlo chiamato vanamente, gli sgambetta dietro portandosi appresso l’altro pargolo, e quasi frana nel tentativo di riacchiappare il fuggitivo, goffa questa per i troppi anni, quegli per i troppo pochi.
