Rivista di luoghi, storie e altro
Foto © Marco Carlone

Una stazione senza paese

Zidani Most non è un paese, solo un nodo ferroviario. Le linee per Maribor/Graz, Lubiana e Zagabria si incontrano qui, alla confluenza di due fiumi, Sava e Savinja. Costruita in epoca asburgica dentro una gola dalle pareti umide e scoscese, ha tre soli binari affacciati sulla Sava, che verde come un gioiello mormora poco più in basso. La gola è così stretta che oltre al caseggiato della stazione, che per forza di cose si sviluppa per il lungo, c’è spazio soltanto per un parcheggio e una serie di magazzini che non si usano da tempo. La biglietteria è un unico sportello rivestito di legno chiaro e sormontato da un neon. A presidiarlo una impiegata palesemente stufa di aspettare. Però c’è un bar. Si chiama Postajni Bar, il bar della fermata. È uno stanzone senza fronzoli e senza storia: se l’ha avuta, l’ha rinnegata. Una parete verde acido, poca luce, due grossi frigo, la spina della birra, un bancone con tre sgabelli, due lunghi tavoli per quando all’occasione diventa ristorante. Le freccette, come un qualunque pub inglese. Piacevolmente deprimente, come l’aria della ragazza che prepara un caffè lungo come l’attesa. Il bar della fermata ha dei tavolini all’aperto, sul marciapiede del Peron 1, il binario 1. Tavolini e sedie sono alti come trespoli, ottimi per fumare all’aperto, o per guardar passare i treni aspettando il nostro Eurocity per Villach, anche se noi scendiamo a Jesenice. Immagino le persone in attesa, in inverno. Quando il vento tira li vedo rintanarsi nelle giacche come tartarughe nel loro guscio, intente a conservare il calore che via via si consuma. Non è l’unico bar sloveno a esondare sul primo binario. Sembra un’abitudine diffusa: il bar della stazione è anche il bar del paese. Certo, qui non c’è il paese, ma pazienza. C’è il bar, c’è la stazione: è un inizio. 

Foto © Marco Carlone
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