Non è il fascino l’attrattiva primaria di Kuala Lumpur. L’accesso a KLCC (Kuala Lumpur City Centre) si effettua attraverso un’incessante serie di svincoli stile freeway americana che immettono in sempre nuovi, erti e sinuosi stradoni percorsi da inarrestabili file di automobili, costeggiati da isole di lussureggiante vegetazione assediata dalle costruzioni. Lungo le arterie, piante, grattacieli, torri, palazzi avveniristici, giganteschi schermi pubblicitari, vistose insegne: la rutilante metropoli asiatica contemporanea. La città è relativamente giovane, risale al 1857, quando un gruppo di cercatori di stagno cinesi fu inviato in quei territori per aprire nuove miniere lungo il fiume Klang. Tra le palme da datteri compaiono di tanto in tanto vestigia di templi o edifici d’epoca occultati da incombenti costruzioni modernissime. Sopravvivono, qua e là, tra giganteschi complessi bancari e amministrativi, tutti presidiati da sorridenti guardie in uniforme, povere costruzioni a pochi piani dall’aspetto ex industriale, squallide e mal ridotte, oggi adibite ad abitazione. Sulle anguste balconate, invariabilmente, stanno appese arcaiche file di panni che si fatica a immaginare asciutti vista l’altissima umidità dell’atmosfera. Che si sia attratti dalla vertiginosa possenza di torri e grattacieli o che ci si abbandoni alle sinestesie più stordenti sulle strade di China Town o Little India non sarà la categoria dell’intimità o del grazioso a trovare riscontro. A dominare, da sempre, è stata la volontà di sbalordire, che si tratti delle magniloquenti strutture coloniali britanniche d’inizio Novecento, dei fantasmagorici templi eretti dalle più svariate confessioni religiose, fino ai più recenti, audaci e futuristici grattacieli, nati per diventare icone, nonché fondati sui migliori principi di sostenibilità ambientale.
Queste realtà, quanto resta di alcune di loro e ciò che ne ha preso il posto, si combinano in modo non sempre armonioso, per dare vita al presente. Ovunque si è sovrastati dallo skyline di qualche torre o grattacielo, anche quando ci si trova nel vecchio quartiere di Kampung Baru, fondato nel 1899 dalle autorità britanniche coloniali come riserva malese, unica zona in pieno centro sopravvissuta alla gentrificazione dove ancora resiste un agglomerato urbano d’altri tempi. Alcune delle case sono addirittura piantate su palafitte, in un’atmosfera quasi campagnola, con animali che scorrazzano tra orti e strade, modesti giardinetti e sullo sfondo le Petronas Towers che dominano il cielo. Questo violento contrasto crea una sensazione quasi surreale: quel che resta di un povero villaggio tradizionale malese circondato da una giungla di vetro e acciaio. Anche qui, al di là della peculiarità della situazione, difficile trovare elementi di seduzione: l’impressione dominante è di dignitosa modestia.

I coraggiosi residenti si sono coordinati e hanno resistito – ma chissà per quanto ancora saranno in grado di farlo – alle pressioni di investitori e immobiliaristi, nonostante il valore fondiario della zona sia valutato intorno ai due miliardi di dollari. La via centrale alberata è interamente costellata da cucine a vista e pentoloni ribollenti, ristoranti e banchi di refezione, alcuni dei quali dimessi, ricavati in capannoni precari con lunghe file di tavoli stile mensa aziendale, altri più moderni e strutturati. Il profumo di Nasi Lemak, piatto nazionale a base di riso, uova, pesci fritti e salse piccanti, domina su tutto e si combina all’umidità persistente. Famigliole con bimbi che si rincorrono sui marciapiedi affollano ogni locale e l’atmosfera è di vivace allegria e convivialità.
Lo street food è la caratteristica dominante di K.L. La via Jalan Alor, a ridosso del quartiere super mondano, cosmopolita e globalizzato di Bukit Bintang (mega centri commerciali, locali notturni, spa) è una caotica e affollatissima sequenza di bancarelle dove di pomeriggio, sera e notte si cuociono, friggono, accatastano spiedini di carne e pesce, frutti, granchi e altri cibi non facili da identificare per chi sia straniero. Imperversa ovunque, in natura e in svariate rappresentazioni e declinazioni (biscotti, chips, dolcetti, gelati), sua maestà l’odoroso durian, il frutto più maleodorante del mondo, esplicitamente proibito per il suo fetore in diverse realtà pubbliche e commerciali, ma orgoglio della Malesia e del sud est asiatico. L’affluenza, turistica e locale, è enorme e ha da tempo trasformato la via in una realtà popolarissima ma alquanto globalizzata.
Più coinvolgente è l’atmosfera di China Town, soprattutto se si percorrono le vie parallele e trasversali alla ben nota Petaling street, protetta da una tettoia traslucida, vagamente in stile pagoda, che difende dal sole tropicale e dalle piogge scroscianti. La sua origine risale alla seconda metà del XIX secolo, quando K. L. era soltanto un piccolo insediamento di cercatori di stagno e avventurieri, sviluppatosi alla confluenza dei fiumi Gombak e Klang. In lingua malese il nome della città significa proprio “confluenza fangosa”. Oggi la via centrale coperta è una sequenza interminabile di bancarelle turistiche che propongono quasi esclusivamente abbigliamento e accessori fake. Meglio abbandonarla e addentrarsi nel labirinto di stradine che la costeggiano. Qui le insegne sono sbiadite, con scritte in cinese tradizionale o in grafia malese d’altri tempi. Le strade ospitano i ruspanti tavolini dei molti ristoranti che vi si affacciano e le numerose bancarelle che offrono cibo cucinato al momento, fiori, frutta e verdura.

Le case sono basse, massimo a due piani, e contrastano con l’andamento impetuosamente verticale che domina in città. I soliti grattacieli faranno capolino al disopra di tutto. Gli edifici, piuttosto malconci, ospitano negozi, alberghetti per backpackers, laboratori artigianali, studi di tatuaggi, piccoli templi. La frenesia sinestetica è costante, ma ci si può far guidare dagli occhi, destreggiandosi tra i banchi, i carretti, la gente, per poi infilarsi in uno dei negozi che vendono alimentari o in una delle tante sale da tè.
A ridosso della nuova Stazione Centrale, a sud ovest della città, nel quartiere di Brickfields si trova Little India, costruito a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dove, sempre sotto l’amministrazione britannica, erano sorte le fornaci per mattoni necessarie alla costruzione della Kuala Lumpur coloniale. La manodopera era composta in gran parte da migranti indiani tamil, giunti in Malesia come operai e facchini ferroviari. Nel 2010, il governo malese, in collaborazione con l’Alta Commissione indiana, dichiarò ufficialmente Brickfields “Little India”, promuovendo un rinnovamento urbanistico in chiave decorativa, con archi colorati, lampioni floreali e pavimentazioni artistiche. Dettagli, onestamente, un po’ kitsch che contrastano con l’ambiente ancora autenticamente indiano dato dalla popolazione che affolla portici e marciapiedi, dagli aromi dei cibi, dai colori dei prodotti in vendita, dalla musica bollywoodiana ad altissimo volume che esce da certi negozi, dalle sgargianti collane di fiori ecc. Percorrere i due lati dell’arteria centrale equivarrà a immergersi in una travolgente sinestesia tra variopinti sari appesi, inebrianti ghirlande di gelsomini e calendula (veri e finti) da offrire alle divinità, intrecciate da giovani artisti sulle soglie dei propri negozi, stuzzicanti ondate di curry che emanano dai ristoranti mescolandosi con l’umidità dell’aria intorno alle bancarelle di dolci, fritture e frutti.
I piani superiori, a cui si accede da strette porte e ripide scale, ospitano studi medici, dentistici, estetici di varia natura. I bazar affondano nelle profondità degli antri e inducono in tentazioni con gran varietà di prodotti alimentari, statuette di deità, souvenir, capi di abbigliamento. Templi buddisti, templi induisti della comunità Tamil e una chiesa cattolica testimoniano della varietà religiosa del quartiere.
Due templi, tra i molti, uno cinese sincretico e uno indiano, attirano l’attenzione per la loro appariscente struttura architettonica. Il Thean Hou Temple, dedicato alla dea del mare Mazu, è relativamente recente (risale al 1987) e combina Buddhismo, Taoismo e Confucianesimo. Questo fa sì che il continuo afflusso di fedeli comprenda cinesi, indiani e malesi. Il complesso, collocato sul pendio di un colle, offre splendidi panorami e si estende su sei scenografici livelli terrazzati, è decorato con colonne, tetti ad arco, draghi favolosi, e vanta un giardino di erbe medicinali, stagni di tartarughe, pozzi dei desideri e opzioni per la divinazione con i bastoncini kau cim. A fronte di una libera offerta si raccoglie il legnetto da un mucchio di asticelle debitamente agitate e si cerca nei cassettini sottostanti il foglietto divinatorio corrispondente al numero riportato sull’astina.

I fedeli offrono bacchette di incenso alle divinità inchinandosi ripetutamente di fronte alle statue. Immense sculture troneggiano all’interno, mentre nel seminterrato si trova uno spartano bar ristorante con annesso negozio di souvenir devozionali e no. Il tempio indiano, lo Sri Mahamariamman Temple, è invece collocato a ridosso di China Town. Fondato nel 1873, è il luogo di culto indù più antico di Kuala Lumpur. La stupefacente facciata è decorata con 228 statue di divinità, mentre l’interno è strutturato secondo la forma del corpo umano disteso. Impressionante è rimirare la sua struttura composita e variopinta, incastonata tra edifici anonimi sullo sfondo degli immancabili palazzoni del centro.
In occasione di alcune festività entrambi i templi si colmano di persone che in processione procedono verso altri luoghi di culto. In particolare, dal tempio induista la processione del carro d’argento in occasione della festa di Thaipusam (inizio febbraio) verso le Batu Caves, a una quindicina di chilometri fuori città. Il carro d’argento, trainato dai fedeli e alto 6,5 metri, trasporta in piena notte le statue di Murugan e delle sue due consorti Valli e Deivanai. Alcuni devoti si trafiggono lingua, guance o schiena come forma estrema di penitenza e adorazione, mentre camminano in trance. La via del tempio induista, nella sua estremità che porta verso la vecchia stazione ferroviaria coloniale (1910), si è recentemente colmata di caffè di gusto hipster che contrastano con la scialba apparenza della maggior parte dei ristoranti tradizionali. La gentrificazione in città era iniziata negli anni Novanta, con la costruzione delle torri Petronas, e si è sviluppata dai 2000 in poi. Come un po’ dappertutto, ha visto l’espulsione graduale delle popolazioni a basso reddito da alcune aree centrali e l’abbattimento di vecchi edifici per fare posto a condomini di lusso, loft, spazi commerciali alla moda e aree di “lifestyle” per giovani professionisti con alti redditi. Molti edifici d’epoca sono stati ristrutturati e adibiti a nuove funzioni, parecchi altri, abbandonati, portano ancora i segni di un’antica nobiltà, ma con vistose tracce di degrado.

Tra gli edifici testimoni dei trascorsi coloniali britannici privilegio il Sultan Abdul Samad Building, costruito dagli inglesi tra il 1894 e il 1897 come sede della Segreteria del loro governo. Si affaccia sulla centrale piazza dell’Indipendenza, Merdeka (conquistata nel 1957), non è visitabile in quanto ospita oggi uffici governativi ma evoca trascorsi fiabeschi ed avventurosi con il suo stile architettonico ibrido tra gotico-vittoriano e saraceno, con le sue cupole di rame, la facciata di mattoni rossi con la lunga infilata di archi in pietra bianca e la centrale torre dell’orologio ribattezzata Big Ben dei tropici. La sua mole, soprattutto quando di notte è illuminata, costituisce la visione più cartolinesca della città, un po’ stile torta nuziale, ma non le si può non riconoscere un innegabile fascino fané.
Ho lasciato per ultime proprio le Petronas Towers, attrazione forse più nota di K.L. Edifici gemelli davvero mozzafiato, quanto il panorama che si gode dalla loro cima, collegati da un ponte a due piani situato a media altezza (141 metri) e svettanti su tutta la città. Il ponte non è rigidamente ancorato alla struttura, ma progettato per scorrere durante i movimenti delle torri causati da forti venti o terremoti minori. Visto il suolo non abbastanza solido della città, le fondamenta hanno dovuto scendere fino a una profondità di 120 metri.

Completate nel 1998, erano gli edifici più alti del mondo. Oggi mantengono il record come più alte torri gemelle: 452 metri, guglia compresa. Il trionfo tecnico e architettonico, le linee che rimandano alla geometria islamica, i particolari effetti a specchio dati da vetro e acciaio, le viste turbinose che si aprono dai vari punti di osservazione: si resta incantati di fronte all’imponenza che bene simboleggia l’orgoglioso desiderio di modernità e innovazione tecnologica della città malese, capitale della Federazione della Malaya solo dal 1974.
Qui tutto è asettico, pulito, impeccabile: dall’organizzazione che regola il flusso dei visitatori nei numerosi ascensori, alle piattaforme di deambulazione, allo store traboccante di souvenir. L’emozione si concentra nel susseguirsi degli itinerari all’interno delle torri e nello strategico e vertiginoso trovarsi sospesi sopra la metropoli ad altezze da capogiro. Il piano terra dà accesso a un immenso centro commerciale, al centro congressi e al grande lussureggiante parco con fontane che circonda la struttura. È confortante, dopo l’immersione nella super tecnologia, mescolarsi ai bambini che si rincorrono lungo i viali e godere dei giochi d’acqua delle fontane.
