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Il monastero greco-ortodosso di Panagia Ipseni

Il monastero di Panagia Ipseni

Non sapevo nulla dell’incendio. È una scoperta che faccio risalendo in auto la tortuosa stradina che da Lardos porta al monastero ortodosso di Panagia Ipseni: all’improvviso, dietro l’ennesima curva, mi si spalanca davanti una collina completamente bruciata. Dei pini d’Aleppo che popolano l’isola di Rodi sono rimasti soltanto i tronchi longilinei e qualche ciuffo di aghi in alto, ormai color del rame. Il terreno è arido ovunque, ricoperto di uno strato di cenere, qua e là qualche arbusto è miracolosamente scampato alle fiamme. Man mano che avanzo sotto il sole di mezzogiorno, lo scenario si fa sempre più desolato. Entrambi i lati della carreggiata sono devastati, tanto che inizio a temere seriamente che il monastero non sia sopravvissuto.

La strada che conduce al monastero di Panagia Ipseni (foto © Roberto Sassi).

Questo pensiero inquietante svanisce quando lo scorgo da lontano, nell’ultimo tratto di leggera salita: il bianchissimo campanile a vela che svetta con la sua croce dorata, le tegole rosse che rivestono le cupole della chiesa, il porticato in pietra calcarea. Il parcheggio è deserto, a quest’ora sono tutti in spiaggia, lascio l’auto nell’unico spicchio d’ombra offerto da un leccio ancora integro e mi incammino verso l’ingresso. Mi chiedo come sia possibile che l’incendio abbia risparmiato il monastero, visto che si trova esattamente nel mezzo della pineta spelacchiata. È una visione surreale: sembra che il complesso monastico sia stato costruito a catastrofe avvenuta. Invece fu fondato da San Melezio di Lardos alla metà dell’Ottocento, sui resti di una chiesa cristiana del XII secolo. C’è qualcosa di mistico e grottesco nell’ostinata sopravvivenza del convento, nella pulizia quasi svizzera del piazzale imbevuto di luce, negli ulivi che crescono rigogliosi nelle aiuole, e persino nella bandiera greca, onnipresente a Rodi, che sventola pigramente sopra il porticato. 

La chiesa grande del monastero (foto © Roberto Sassi)

Seduti su una panchina nel piccolo cortile interno, due pope dalle fluenti barbe bianche, vestiti di nero e con enormi crocifissi al collo, conversano al riparo di una tettoia. Devono essere qui per una funzione religiosa, o forse per incontrare la badessa, perché Panagia Ipseni ospita soltanto suore, quindici in tutto: pregano, coltivano i terreni circostanti, fabbricano a mano icone sacre e altri oggetti che poi vendono in un negozietto di souvenir. Dietro la cassa c’è una delle monache più giovani, suor Teodosia, intorno a lei una gran varietà di immagini sacre di ogni forma e dimensione, un ventilatore acceso combatte la calura estiva. Teodosia è una ragazza sulla trentina dal viso pallido e sorridente, il corpo e la testa interamente coperti dall’ampio abito monastico nero, gli occhi luminosi di chi non vede l’ora di scambiare due chiacchiere con i rari visitatori. Ne approfitto per domandarle dell’incendio, allora lei sospira profondamente, chissà se per l’angoscia del ricordo oppure perché deve ripetere per l’ennesima volta la stessa storia. 

Il cortile interno del monastero (foto © Roberto Sassi)

«È successo nel 2023, a fine luglio», spiega in un inglese zoppicante ma comprensibile, invitandomi a sfogliare un album fotografico. Nella prima foto, scattata dall’alto, si vede il monastero prima dell’incendio, immerso nel bosco fitto e verde; nell’immagine accanto è completamente circondato dalle fiamme: una cortina di fuoco spaventosa che sembra destinata a inghiottirlo. «I soccorsi hanno evacuato le sorelle più anziane e quelle che non potevano camminare, noi altre ci siamo rifiutate di andarcene», racconta Teodosia. Le otto suore rimaste hanno provato ad arginare l’incendio bagnando con secchi d’acqua l’erba circostante, poi si sono rifugiate in una delle due chiese. Con le fiamme ormai vicine all’edificio, si sono inginocchiate e hanno fatto la cosa per loro più naturale: pregare. Mentre nello stanzone risuonava la loro litania, fuori le squadre di vigili del fuoco si davano da fare con gli idranti, gli aerei e gli elicotteri antincendio facevano spola senza sosta per salvare il salvabile. A un certo punto il fuoco ha raggiunto il dormitorio, le tegole hanno cominciato a saltare dal tetto, eppure le religiose non si sono fatte prendere dalla disperazione.

Il bosco intorno al monastero prima e dopo l’incendio (foto © Roberto Sassi)

Sfoglio l’album sotto lo sguardo indagatore della giovane suora, osservo quelle foto spaventose, e la immagino assorta in una preghiera convulsa e ininterrotta nella penombra della chiesa, disposta a restare lì fino all’ultimo. «È stato un miracolo», mi dice poco prima di salutarci, senza scomporre il sorriso sereno. Quando esco dal negozio di souvenir, i due pope sono ancora lì seduti all’ombra ma adesso stanno in silenzio, contemplano il piazzale con le mani giunte sulla pancia, come se cercassero qualche nuovo dettaglio nascosto tra le pietre del selciato. Oltre il muro di cinta del convento un sentiero sterrato si inerpica su una collinetta sassosa, scandito dalle stazioni della via crucis. In cima si erge un enorme e isolato crocifisso bianco. Qui il fuoco non è arrivato perché non c’è proprio nulla bruciare: solo ciottoli arroventati dal sole.

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