Sono da poco passate le 20. Il caldo sole di metà luglio è ormai tramontato dietro un velo di nubi blu e viola. A Est, verso il confine austriaco, tra quelle nubi fa capolino qualche lampo e una grande colonna d’acqua si riversa a terra. L’acqua del lago è calma e appena una leggera brezza raggiunge la piatta e dritta costa sud del Balaton. I capelli grigi di due anziani seduti su una panchina del bagno Központi si muovono appena. Alle loro spalle un piccolo concerto di musica popolare ungherese intrattiene i passanti. Qualche metro più in là, un piccolo chiosco di legno verde acqua serve ininterrottamente pesci di lago fritti da mezzogiorno a tarda sera. I due ampi ombrelloni gialli che lo circondano hanno ormai portato a termine il loro compito, dopo aver salvato le teste di centinaia di bagnanti da un’insolazione, vengono richiusi. Anche la ragazza bionda che prende gli ordini alla cassa probabilmente non vedrebbe l’ora di portare a termine il suo di compito: staccare dal turno e finirla finalmente con quei «Guten Appetit» e «Enjoy your meal» ripetuti tutto il giorno. Sulla sponda opposta, a neanche dieci chilometri di distanza, la riva è frastagliata, l’acqua più profonda, le spiagge si alternano ai canneti. I grandi bagni attrezzati accessibili tramite tornelli a pagamento lasciano spazio ai campeggi; al posto delle berline lucide ed eleganti, a Balatonfüred vedi girare utilitarie con tavole da SUP sul tetto. Fra le vie del centro storico, tra i molti palazzi di fine Ottocento, ne spunta uno in particolare: la sede della galleria Vaszary con le sue pareti color crema e il tetto rosso carminio. All’esterno, nel piccolo ma ben tenuto giardino all’italiana, in mezzo ai tavolini dell’elegante caffè, un giovane vestito elegante prende posto davanti a un vecchio Steinway; davanti a lui, qualche dozzina di persone in attesa di sentire un concerto di Chopin. Un tuono più forte degli altri li fa girare tutti. Inizia a piovere fitto. Solo ora su entrambe le rive si sente un unico suono: lo scroscio della pioggia.

