Rivista di luoghi, storie e altro

L’area cani, istruzioni per l’uso

Se io fossi Georges Perec, potrei descrivere l’area cani nei Giardini Carmelo Bene, in via Caracciolo a Milano, pressappoco così: è un terreno delimitato da un recinto alto circa un metro e da due lunghi muri che stabiliscono il confine con due palazzi adiacenti, a cui si accede attraverso due cancelletti. Al suo interno si trovano dieci alberi, sei panchine, sette pali della luce, tre bidoni dell’immondizia e un piccolo palo a cui è attaccato un distributore con i sacchetti per raccogliere la cacca. Ecco, sembrerebbe tutto: certo, se fossi Georges Perec, potrei tentare di “esaurire” l’area cani, osservandola per giorni, in orari differenti, annotando l’apparire di cani, persone, uccelli, spazzini, segnando con meticolosità la creazione di buche di varie dimensioni, osservando il mutare della luce a seconda dei mesi e delle stagioni, o le tracce delle pipì dei cani maschi alla base dei tronchi, e così via. Ma, ahimè, non sono Georges Perec, e quindi la mia descrizione è destinata a rimanere sommaria, superficiale e, forse, un po’ asettica.

Foto © Gianvittorio Randaccio

Il fatto è che le aree cani a Milano (e anche altrove, direi) sono più o meno tutte uguali, non si notano grandi differenze tra l’una e l’altra. Certo, in alcune la rete di recinzione può essere alta un metro e mezzo, oppure a volte si può trovare una buca piena di sabbia per far giocare gli animali, o una ciotola per farli bere, oppure addirittura qualche struttura di quelle per l’agility, ma la verità è che queste aree sono posti anonimi e sempre uguali in cui, soprattutto nelle grandi città, i padroni portano i propri cani a socializzare con altri cani, senza quella noiosa appendice che è il guinzaglio. 

Le aree cani, come molti luoghi pubblici, hanno una specie di regolamento non scritto, che ha molto a che fare con il buon senso, in realtà: chiedere se possono esserci problemi con gli altri cani prima di entrare, per esempio, o raccogliere la cacca e buttarla via, tenere il proprio cane sotto controllo e altre cose così, niente di particolarmente limitante, in fondo. L’area cani nei giardini Carmelo Bene di via Caracciolo, in questo, è esattamente come tutte le altre ma, per me, da un anno e mezzo a questa parte è diventata un luogo intimo, personale, come se fosse un’altra stanza di casa, dedicata esclusivamente alla Teresa, il cane che da un anno e mezzo, appunto, vive con la nostra famiglia. Se decidessimo di vendere casa nostra, penso ogni tanto, potrei spacciarla per un quadrilocale, aggiungendo alle tre stanze a cui si accede aprendo la normale porta d’ingresso anche l’area cani, a solo qualche centinaio di metri di distanza, che non è segnata sulla mappa catastale ma che fa parte a tutti gli effetti dell’appartamento.

Foto © Gianvittorio Randaccio

Quando la Teresa si avvicina all’area cani di via Caracciolo, si vede subito che le cambia l’umore, e che tutta l’agitazione che in genere non sa come gestire adesso può convogliarla verso il cancelletto verde, oltre il quale può giocare, abbaiare, annusare, farsi i fatti suoi e divertirsi, proprio come se fosse a casa sua. E se qualcuno si avvicina – un passante, un ciclista, un giocatore del vicino campo di basket – guai a lui, ogni volta parte una specie di antifurto che non smette di abbaiare fino a che il presunto invasore non è passato. Ciò che è fuori dall’area cani, infatti, per la Teresa, che è paurosissima, è solo e comunque un pericolo da cui stare il più lontana possibile o, in alternativa, il più vicino possibile, come quella volta che, libera, si è messa a correre dietro a un sudamericano con il monopattino che poi se l’è presa con me, che però ero impegnato a riprendere la Teresa e quindi non potevo dargli retta. 

Una cosa che mi piace molto dell’area cani di via Caracciolo, per finire, ed è un paradosso, me ne rendo conto, è il fatto che il suo terreno assomigli più a quello di un cantiere, con terra, sassi ed erbacce: non ci sono arbusti, o cespugli, infatti, dove i cani possono infilarsi senza che tu li veda e magari uscirsene tenendo in bocca un cappello, un guanto, una scarpa o, nei casi più sventurati, una mano, magari di un cadavere che qualche assassino ha lasciato lì nascosto e che proprio la Teresa ha trovato, annusando in giro come fa di solito. A volte penso che mi spiacerebbe molto trovarmi coinvolto in quelle situazioni tipiche da romanzo giallo, e magari dover chiamare la polizia, per poi rendere testimonianza, e dover rispondere a un sacco di domande incalzanti senza sapere bene cosa dire, capace solo di pensare, invece, che forse dovrei chiamare il veterinario, chissà che malattia potrebbe aver preso la Teresa dalle mani in decomposizione dei cadaveri di oggi, con tutte le schifezze che mangiano.

Condividi