Rivista di luoghi, storie e altro

Quel che resta di Bornholmer Straße

In tutti i documentari sulla caduta del Muro di Berlino, a un certo punto, si vede un ponte d’acciaio gremito di gente e più indietro, su uno stradone lastricato, un’interminabile fila di Trabant che attendono di passare il confine. È la tarda serata del 9 novembre ‘89, fa piuttosto freddo, eppure molte auto hanno i finestrini aperti. I passeggeri a bordo suonano il clacson, sorridono, urlano di gioia. Centinaia di persone si accalcano nei pressi del gabbiotto per il controllo documenti, a una a una consegnano il passaporto alle guardie, che glielo restituiscono timbrato, o meglio annullato, poi scompaiono al di là della recinzione, con le braccia alzate in segno di esultanza.

A riprendere queste scene fu una troupe di Spiegel TV composta dal reporter venticinquenne Georg Mascolo e dal cameraman Rainer März, che di anni ne aveva appena quattro in più. Qualche ora prima i due si stavano concedendo una birra di fine giornata al bar del Grand Hotel Berlin, nella Friedrichstraße, non lontano dalla Porta di Brandeburgo. Nell’hotel, all’epoca riservato agli ospiti stranieri e alla stampa, neanche giornalisti più esperti immaginavano ciò che stava per accadere. Mascolo aveva scambiato qualche parola con alcuni di loro, nessuno avrebbe scommesso mezzo marco che il Muro sarebbe caduto quella notte. Il giovane reporter continuava invece a ripetersi che in una situazione del genere, con quel clima teso, tutto era possibile. Per cui aveva convinto März a pagare il conto, salire in macchina e dirigersi verso Prenzlauer Berg, roccaforte della resistenza antiregime. Se qualcosa deve succedere, aveva pensato Mascolo, è lì che succederà.

Il posto di confine di Bornholmer Straße la notte del 9 novembre 1989 (Foto © EPD)

La folla più numerosa si era infatti radunata nella Bornholmer Straße e sul Bösebrücke, il ponte che collega il quartiere di Prenzlauer Berg a quello di Gesundbrunnen. Mascolo e März parcheggiarono l’auto, si fecero largo tra la folla e riuscirono a raggiungere i cancelli; ripresero tutto, consegnando alla storia immagini che altrimenti sarebbero rimaste soltanto nei ricordi di chi c’era. Erano lì quando, alle 23:30, il tenente colonnello Harald Jäger, disubbidendo ai confusi ordini telefonici ricevuti dai superiori, decise di alzare la sbarra e consentire il libero attraversamento del confine. Tutto questo accadde nella Bornholmer Straße, un ampio viale fino a quel momento pressoché sconosciuto al di fuori di Berlino e che anche nella città divisa non godeva di particolare popolarità, essendo più che altro associato all’omonimo valico di frontiera che dal 1961 lo spezzava in due.

Il posto di confine di Bornholmer Straße visto dall’alto, 1989 (Foto © stasi-mediathek.de)

A differenza di altri luoghi simbolo della Berlino divisa, oggi nella Bornholmer Straße si vedono ben pochi turisti. Ma la pandemia c’entra solo in parte. Talvolta può capitare di incontrarne alcuni nel punto in cui la strada si inarca leggermente per trasformarsi in Bösebrücke, là dove uno spiazzo alberato permette di osservare da vicino una sezione del Muro. Si aggirano tra i pannelli informativi, leggono le didascalie che ripercorrono i fatti del 9 novembre ‘89, passando in rassegna le foto di quella notte. Chi viene qui lo fa per capire cos’è rimasto del primo posto di frontiera ad aprirsi, e con ogni probabilità seguendo il Mauerweg, il vecchio tracciato del Muro percorribile a piedi o in bicicletta. Il fatto è che del posto di frontiera non è rimasto niente. Le torrette di guardia, i gabbiotti per il controllo documenti, i classici cartelli a caratteri cubitali dei checkpoint: tutto sparito. Ed è probabile che i turisti, ormai abituati a ben altra spettacolarizzazione, ne restino un po’ delusi. 

Volendo darne una descrizione oggettiva, e perciò un poco impietosa, si potrebbe dire che Bornholmer Straße, il cui nome deriva da un’isola danese del mar Baltico, è uno stradone decisamente trafficato nell’ora di punta, con i binari del tram che passano in mezzo a due larghe carreggiate. Neanche l’ombra dell’intrattenimento posticcio della Friedrichstraße e del ben più famoso Checkpoint Charlie, nessun figurante in uniforme militare americana o sovietica per portarsi a casa un ricordo fotografico, e gli sghembi graffiti che imbrattano il pezzetto di Muro lasciato in piedi non possono certo competere con i murales artistici della East Side Gallery. Probabilmente è stata la sua posizione decentrata, lontana dalla Berlino disneyzzata di Mitte, il quartiere centrale, a salvarla dalla trasformazione in museo a cielo aperto. Il fascino della Bornholmer, ammesso che di fascino si possa parlare, risiede forse proprio in queste vistose assenze, nella capacità di saper custodire con la sua ordinarietà un importante capitolo di storia contemporanea, nel contrasto tra le immagini del novembre ‘89 e l’insignificanza con cui si presenta adesso, trentadue anni dopo, a chi viene a visitarla. 

Il Bösebrücke, lato Gesundbrunnen (foto © Peter Kuley)

A metà del Bösebrücke, non lontano dal punto in cui il tenente colonnello Harald Jäger alzò la sbarra, c’è una sorta di divanetto rosso dotato di due piccoli altoparlanti. Sembra una strana panchina, non particolarmente ergonomica, invece è un’installazione di Twin Gabriel intitolata “Mind the Gap”. Il vuoto simbolico a cui allude non ha però niente a che fare con l’intreccio di binari e banchine e il viavai di treni nella stazione che si distende sotto al ponte. Chi ci si siede sopra dovrebbe poter ascoltare a intervalli regolari una voce ripetere Wahnsinn (“assurdo”), parola esclamata da molti berlinesi dell’Est mentre attraversavano il confine. Ma la verità è che quasi nessuno si siede su quel divanetto. I pendolari che escono dalla S-Bahn non lo guardano nemmeno, vanno a destra verso Prenzlauer Berg, oppure a sinistra verso Gesundbrunnen, ognuno assorto nei suoi pensieri, come è normale che sia. I turisti gli dedicano giusto qualche istante di curiosità, ispezionandolo perplessi, più che altro per capire se è tutto lì, se non gli stia sfuggendo qualcosa. Poi anche loro passano oltre.

L’ingresso della stazione Bornholmer Straße e l’installazione “Mind the Gap”, ottobre 2018 (Foto © Roberto Sassi)

È lunga un chilometro e mezzo, Bornholmer Straße, ma bastano poche decine di metri per capirne la modernità incompiuta, l’attaccamento a un passato che l’ha tradita, riservandole un ruolo inatteso, simbolico, per cui non sembra affatto tagliata. E anche se formalmente prosegue al di là del ponte, nella ex Berlino Ovest, si tratta di 330 metri del tutto incapaci di smentire il chilometro che si inoltra a Est fino a Schönhauser Allee. Qui, sempre formalmente, la Bornholmer Straße si trova nel quartiere di Prenzlauer Berg, ma non sembra appartenergli veramente, perlomeno non alla Prenzlauer Berg modaiola e artistoide, quella dei centri yoga, dei caffè vegani e dei Bioläden. Troppo ampia, troppe auto e semafori, pochi negozi, persino l’odore metallico dei tram che invade l’aria in prossimità delle fermate è diverso da quello che si respira altrove nel quartiere. Certo, qualche segnale di assimilazione è visibile: edifici di nuova costruzione, dall’architettura asettica, sono spuntati negli ultimi anni lungo il viale e nei dintorni, affiancandosi ai condomini di cinque piani costruiti all’inizio del Novecento. Alcune delle facciate che danno sulla strada sono ancora un po’ grezze, non poi così diverse da com’erano nell’89, ma a giudicare dalle molte altre rimodernate di recente è chiaro che le tinte pastello finiranno col ricoprire tutto.

La Bornholmer Straße che i turisti vengono a vedere è quella del novembre ‘89. A nessuno interessa com’era prima del Muro, nessuno ne cerca le sparute tracce, perché prima del Muro, diciamo nel 1922 o nel 1930, insomma in uno di quegli anni precedenti alla catastrofe mondiale che ha raso al suolo una buona parte di Berlino, non si era ancora trovata uno spazietto nella storia. Allora era una strada come tante: c’erano edifici eleganti con cortili interni, gli Höfe berlinesi, come l’edificio al civico 90, tra i pochi superstiti della rivoluzione architettonica postbellica. C’era il tram, che aveva cominciato a circolare da queste parti già negli anni Venti, e c’erano i treni che sferragliavano verso nord sotto al ponte, diretti a Stettino, in Polonia. 

Bornholmer Straße, aprile 2021 (Foto © Roberto Sassi)

A maggior ragione, nessun turista è interessato a ciò che è diventata la Bornholmer, alle sue sembianze attuali: una strada che porta lo stesso nome ma si trova in una città totalmente diversa, che funge da raccordo tra il centro e il Berliner Ring che circonda la capitale. Per ventotto anni chi la percorreva in macchina fino al Bösebrücke, perlopiù funzionari della DDR e turisti autorizzati, lo faceva per andare nell’altra Berlino. Il tram svoltava a destra prima del posto di frontiera, mentre la stazione della S-Bahn era una delle tante Geisterbahnhöfe, le “stazioni fantasma” chiuse nel 1961 per evitare fughe verso Ovest. Adesso le auto transitano regolarmente, spesso superando il limite di velocità, che in alcuni tratti è di appena 30 chilometri all’ora; i tram attraversano a turno il ponte, che dispone di un unico binario; la stazione della S-Bahn, riaperta dopo la caduta del Muro, è servita da ben sei linee, quattro delle quali hanno un capolinea nella zona occidentale di Berlino.

Quella che fino all’89 era una strada interrotta è ormai un’arteria del traffico talmente importante che in alcuni casi le produzioni cinematografiche sono state costrette a ripiegare sul Swinemünder Brücke, un anonimo ponte in acciaio dalla struttura simile che si trova a un chilometro di distanza, a Gesundbrunnen, sullo stesso tracciato ferroviario. Perfino la messa in scena del passato, del momento storico che l’ha portata sotto i riflettori, può fare a meno della vera Bornholmer, può permettersi di sostituirla con un’altra strada, un altro ponte. Quasi a voler rimarcare il fatto che a essere indispensabili oggi, nel 2021, sono soltanto il suo nome evocativo e la rassicurante idea che, trentadue anni fa, in una notte di novembre, una Bornholmer Straße sia esistita da qualche parte, a Berlino, poco importa esattamente dove.    

Condividi